sabato 31 ottobre 2015

REGOLAMENTO




8° CONTEST DEL GRUPPO FIFTY SHADES OF TWILIGHT FANFICTIONS

HALLOWEEN 2015

REGOLAMENTO



1) Personaggi:
Personaggi della Twilight saga o altri.
2) Genere:
Ammessi tutti i generi: dramma, comico, tragico, erotico, sentimentale, vamp, fantasy, ecc.
3) Contesto:
Storie da brivido.
4) Era:
Qualsiasi
5) Luogo:
Qualsiasi
6) Modalità di scrittura:
La storia potrà essere scritta nella forma preferita, sia in prima persona che in terza persona. Può prevedere cambi di POV.
7) Forma:
ONE SHOT - La storia dovrà essere in capitolo UNICO ed avere senso compiuto. Se la storia è a capitoli, sarà comunque pubblicata in un unico post.
8) Lingua:
Italiano
9) Restrizioni :
- La storia deve essere nuova, mai pubblicata né interamente né in nessuna delle sue parti.
- La storia deve essere corretta al meglio delle possibilità individuali;
- Non è obbligatorio il betaggio;
- Non saranno accettate richieste di betaggio alle admin, quindi le storie saranno postate così come inviate;
- Dovete allegare una sola foto o un banner in accompagnamento alla storia; dette foto non dovranno mostrare in alcun modo organi genitali e non potranno mostrare il nome dell'autrice.
- La storia non potrà includere atti sessuali con bambini o animali;
- La lunghezza della storia non potrà essere superiore alle due pagine di Word in carattere standard. Detti termini di lunghezza sono puramente indicativi e affidati al buon senso delle autrici.
- La storia deve essere ANONIMA, così come la foto o banner in allegato, che invece potrà contenerne il solo Titolo.
- Durante il periodo del contest non si potrà dare alcun indizio sulla storia che si sta scrivendo.
10) Termini di consegna lavori:
Le storie dovranno essere inviate già terminate e in messaggio privato a Cristina o Laura, entro e non oltre VENERDI' 30 OTTOBRE 2015 ore 23.59.
11) Inizio contest:
La data di pubblicazione delle storie avverrà in blog apposito DOMENICA 1° NOVEMBRE 2015
12) Fine contest:
La data di fine del contest è fissata DOMENICA 22 NOVEMBRE 2015 ore 23.59, con la chiusura del blog ai commenti.
13) Le storie non potranno essere pubblicate altrove prima della fine del contest celebrata con la premiazione delle vincitrici.
15) Modalità di voto: 
VOTO POPOLARE
- le lettrici potranno esprimere, il loro giudizio personale commentando graziosamente ogni storia, assegnando un punteggio pari a 3 per la storia preferita, 2 per la seconda e 1 per la terza. Detti punteggi dovranno essere univoci: non si potranno assegnare a più storie, pena il non conteggio.
16) Premi:
Saranno assegnate delle foto targa con impressa la categoria vinta, il nome dell'autrice e il titolo del racconto.
17) Le admin si riservano il diritto di ritirare le storie dal contest qualora non rispettino i punti sopra indicati.
18) Per qualsiasi suggerimento o modifica al regolamento rivolgersi alle admin anche nei commenti in chiaro.


(credit banner to @FeistyAngel34 - credit paperwall to Robsessed1123)




Il patto



Che cavolo mi è venuto in mente di scommettere con quelle arpie? Accidenti! Era logico che perdessi, quando mai ho fortuna, io? E ora eccomi qui, in questa cavolo di casa stregata! Naturalmente non ho mai creduto a fantasmi, spettri, alieni e tutte quelle cose lì, ma i pericoli di trascorrere una notte, da sola, in una vecchia casa abbandonata e streg… ehm... No, è abbandonata e basta. Chiaro?
**TUM!! TUM!!**
Oddio? Che cavolo sono questi rumori al piano di sopra? Saranno dei topi, o magari qualche uccellaccio. Che faccio? Vado a vedere? Mmmmhh. No, dai, meglio che me ne stia qui, nel salone, ad aspettare l’alba. Per fortuna ho il mio amato Kobo e-
**TUM!! TU-TUM!!**
Ancora?! Cacchio! Allora devo proprio andare a vedere, visto che non posso scappare via, pena la pubblica derisione eterna.
Merda! Naturalmente la corrente elettrica è staccata da almeno quarant’anni, quindi prendo la mia torcia, faccio un bel sospiro e mi preparo a salire le scale di questa enorme villa antica, abbandonata da decenni e, si spera, deserta.
Oh, Signore! Fa che lo sia!!
Giro l’angolo e vado a sbattere contro qualcosa che fino a pochi minuti fa non c’era, dallo scontro cado a terra urlando terrorizzata, la torcia mi sfugge di mano e cade anch’essa con un tonfo, rotolando e scivolando lontano da me e illuminando, nel suo vorticare, un paio di gambe avvolte nei jeans e in un paio di Converse blu. In una frazione di secondo, il panico mi avvolge, il cuore mi balza in gola battendo furiosamente. Io grido terrorizzata mentre la mia mente immagina già un efferato serial killer o un folle stupratore. Solo in quel momento mi accorgo di un altro urlo spaventato, maschile, che fa eco al mio. Subito dopo le Convers stanno venendo verso di me, una mano afferra la torcia e la alza, svelando un ragazzo con un timido sorriso imbarazzato.  
Smetto di urlare e lo osservo meglio: è molto alto, almeno un metro e novanta, gambe lunghissime, fisico slanciato, mi tende una mano per aiutarmi a rimettermi in piedi.
«Ti prego, calmati. Non sono pericoloso!» dice. Guardo la sua mano, poi quel sorriso, timido ma smagliante, prima di afferrarla e lasciarmi tirare su.
«Lasciami indovinare: hai perso una scommessa anche tu? O sei una di quei pazzi ghostbusters?» chiede Ragazzo Misterioso con un sorriso imbarazzato.
Mi sfugge una risatina, «Scommessa. Da dove sbuchi? Sono sempre stata qui e non ho visto passare nessuno.»
«Oh! Sono entrato dal retro e sono andato al piano di sopra a cercare un letto per la notte. Tu sei accampata qui nel salone?»
Annuisco, lui mi porge la torcia, «Dai, vieni su, ho acceso il caminetto e non fa freddo come qua. Ti aiuto a portare qualcosa?»
Mentre prendo il sacco a pelo, gli porgo il mio zaino e lo seguo su per le scale, poi lungo il corridoio, fino a una grande camera da letto con un bellissimo letto a baldacchino con le lenzuola candide e morbide e il caminetto acceso a riscaldare questa fredda notte di Halloween. La stanza è stranamente pulita rispetto a tutto il resto della casa, abbandonata da decenni.
Ci sediamo sul grande letto a chiacchierare, apro un pacchetto di biscotti al cioccolato e lo divido con Edward, il mio compagno di avventura che, nonostante sia un perfetto sconosciuto, non incute alcun timore e, anzi, riesce subito a mettermi completamente a mio agio. Inevitabilmente, non faccio altro che pensare a quanto sia incredibilmente bello, e nell’istante in cui appoggio lo sguardo sulla sua bocca, lui si avvicina e appoggia le labbra sulle mie. Il suo bacio è brusco, quasi sbrigativo e la prima sensazione che provo non è piacevole ma non posso, forse non voglio? sottrarmi.
Sento la testa annebbiata, come se stessi vivendo in un sogno, e non impedisco alle sue mani di spogliarmi. Uno dopo l’altro spariscono anche i suoi vestiti e in pochi minuti ci ritroviamo nudi e avvinghiati. Non mi riconosco, questo comportamento non è da me, ma è come se non avessi la volontà per oppormi, come se volessi quello che sta succedendo e... non riesco a capire se sia così. Sento la sua mano tra le gambe, le sue dita mi entrano dentro brusche, scivolando con facilità, e io le accolgo gemendo. Poi toglie le dita e si posiziona meglio sopra di me. «Piccola, devi dire che mi vuoi.» La sua voce melliflua, innaturale, io mi sento allo stesso tempo spaventata e rilassata, e una voce, che sembra la mia, sussurra «Sì. Sono tua.»
Edward chiude gli occhi mormorando «Sì!» solleva leggermente il bacino per allineare la sua erezione con la mia intimità, lo sento premere, sento la punta del suo membro aprirmi lentamente a lui. Trattengo il fiato a quella sensazione nuova, e in quel momento Edward spinge avanti i fianchi con forza strappandomi un urlo di dolore per quell’intrusione forzata, brutale e feroce, tanto grossa da farmi sentire come se mi stesse spezzando in due. Continua a muoversi furioso dentro di me, avanti e indietro, con violenza, ma io non riesco a ribellarmi, non riesco a spingerlo via, riesco solo ad aggrapparmi alla sua schiena e a stringergli le gambe attorno ai fianchi per accoglierlo meglio. Premo il viso contro il suo collo, in un patetico tentativo di conforto, lasciando uscire urla di dolore e lacrime amare. Lui si solleva sulle braccia per spingersi in me con ancora più furia, le mie mani scivolano a stringere le lenzuola. Non posso ribellarmi, è come se fossi qui per lui.
«E ora godi!» lo sento urlare al mio orecchio parecchi minuti dopo, e il mio corpo, ancora una volta, risponde a lui più che a me stessa, sento del calore sprigionarsi dal mio bassoventre, dove il suo corpo continua a sprofondare con forza nel mio e, un attimo dopo, il suo grido di appagamento fa esplodere il mio corpo in un piacere assoluto. Subito dopo, Edward esce bruscamente da me, si alza dal letto e rimane per qualche istante a guardarmi, nudo, fiero e bellissimo, con ancora sul suo sesso eretto il sangue, segno inequivocabile della mia perduta verginità. I suoi occhi, ora gialli e infuocati, mi rivolgono uno sguardo sprezzante, «Grazie a te, piccola creatura, me ne manca solo una!» poi un denso fumo nero lo avvolge e io cado nell’oblio.
Quando mi risveglio, l’alba fa capolino dalle finestre. Mi sento tutta dolorante, come se avessi la febbre alta, e un forte dolore tra le gambe mi riporta subito alla realtà, facendomi sedere velocemente sul letto. Sono completamente nuda, le cosce sporche del mio sangue e di un liquido biancastro ormai secco, il corpo ricoperto di lividi e, sui seni, segni di morsi. Mi guardo attorno, la stanza non è affatto quella che ricordavo. O meglio, lo è, ma è diversa: polvere, ragnatele e sporcizia regnano ovunque. E il letto dove sono seduta è quanto di più lercio esista sulla faccia della terra, con numerose macchie scure su cui spicca la mia, di colore rosso acceso. Mi alzo talmente in fretta da avere un capogiro, m’inginocchio a terra e striscio a recuperare i vestiti sparpagliati per tutta la stanza cercando di dominare la nausea. Trovo le mie mutandine sul pavimento, proprio al centro di una grande macchia scura, e decido che non è poi così indispensabile indossarle. Tremo talmente forte da far fatica a infilare maglia e pantaloni.
Afferro zaino e sacco a pelo e corro via, rischiando l’osso del collo scendendo una scala che sta in piedi per miracolo e, come varco l’ingresso, Angela, la più stronza di quelle arpie che ce l’hanno con me, mi accoglie con un sorriso glaciale.
Ha sempre avuto gli occhi così strani? Sembrano gialli, innaturali.
«I miei complimenti, Bella, non pensavo che saresti riuscita a resistere tutta la notte lì dentro. È andato tutto bene?»
Il suo tono di scherno mi raggela e annuisco lentamente, mentre uno strano presentimento si fa strada dentro di me.
Il suo sorriso è strano, quasi malvagio, e continua, «Lo sai qual è la leggenda di questa casa? Se vuoi te la racconto,»
Annuisco ancora, e questa volta un brivido freddo mi percorre la schiena. Il ricordo della notte precedente si sta facendo strada dentro di me, sta tornando prepotentemente a risvegliare ogni livido sul mio corpo, dovuto alle strette e ai morsi di Edward.
«Vedi, a metà del secolo scorso, in questa casa vivevano i Cullen, una famiglia splendida, affermata e benestante. Si narra però, che il figlio maggiore, Edward, avesse strani passatempi, come torturare e uccidere piccoli animali. Oh, e ottenere, più o meno consensualmente, la verginità di belle e giovani fanciulle. Fu colto in flagrante dal padre, che uccise durante la lite furiosa che ne scaturì, e uccise poi anche la madre e la sorellina. Probabilmente sconvolto dal suo gesto, e terrorizzato dal futuro che lo attendeva, decise di porre fine anche alla propria vita, prima di venire arrestato e, probabilmente, giustiziato. Mentre la polizia si preparava a fare irruzione, però, Edward riuscì a fare un patto con Lucifero, che gli avrebbe permesso di tornare alla vita se fosse riuscito a farsi donare da diciannove fanciulle, il dolore e il piacere della propria verginità, nell’anniversario della sua morte, proprio su quel letto, dove fu scoperto a strappare l’illibatezza alla sua giovanissima vicina. Che sciocchezza, non trovi?»



FINE

Due minuti





Sono passate due settimane. Due stramaledettissime settimane da quando quel bastardo ubriaco ha ucciso Edward.
Sposati da poco, avevamo mille progetti, viaggi da fare, figli da mettere al mondo. Saremmo dovuti diventare vecchi  insieme e noiosi insieme e nonni insieme. Avremmo dovuto fare l’amore e poi litigare e poi fare di nuovo l’amore mille volte. Invece niente.
Quella sera avrei dovuto esserci anch’io su quella dannata macchina; sono viva solo a causa dell’influenza che mi ha impedito di accompagnare Edward a ritirare il suo premio come migliore broker dell’anno. E ora sono qui, da sola, a piangere sulla sua tomba. Come ogni santissimo giorno in questo schifoso cimitero. Fino a sera.
Il sole se n’è andato da un po’, lasciando spazio al buio. Ma il buio più cupo è quello dentro di me, non quello tutto attorno.
La civetta ha appena intonato il suo canto di morte.
La campana del cimitero, che avvisa le anime perse come me della chiusura di questo luogo, è suonata da almeno venti minuti. Credo sia ora di lasciare mio marito. Ogni giorno è uno strazio andarmene.
Le ginocchia mi dolgono mentre mi alzo dal freddo marmo della sua tomba; sgranchisco le gambe con qualche calcio e muovo il primo passo. Devo aver impigliato i lacci delle scarpe da ginnastica da qualche parte perché mi sento tirare il piede verso il basso.
L’urlo che lancio quando i miei occhi vedono ciò che mi sta trattenendo rompe con forza il silenzio sacro di questo luogo.
Due mani scheletriche si sono aggrappate alla mia caviglia. Altre due stanno sbucando dalla terra e mi acchiappano l’altro piede salendo fino al polpaccio, mentre io non so far altro che urlare schifata e in preda al terrore.
Tutto diventa completamente nero quando mi sento stringere e tirare con forza verso un buco che si apre sotto ai miei piedi. Le dita camminano lungo le mie gambe, sento il loto tocco freddo e duro. Stringono e fanno un male cane, mentre penetrano nella mia carne emi trascinano sempre più giù.
La mia bocca è spalancata, ma non vi esce più alcun suono. E’ come quegli incubi in cui vuoi urlare, ma non puoi. Sei muta.
Sprofondo in una sorta di tunnel mentre annaspo muovendo freneticamente le mani alla ricerca di un qualsiasi appiglio. Non vedo assolutamente niente. Solo freddo, buio e urla mute. Le mie.
All’improvviso vengo schiantata con forza su una superficie orizzontale. Mi alzo di scatto e spalanco gli occhi. Sotto ai miei piedi mucchi di ossa e crani senza nome. Alzando lo sguardo scopro di essere circondata da esseri riprovevoli che sembrano cadaveri dell’obitorio. Una moltitudine di candele, tutte appese alle pareti di quella che sembra una grotta, mi permette di osservare questa scena da film horror.
I morti sono immobili nel corpo e nelle espressioni. Devastati, scarnificati, insanguinati. Consumati. Vengo scossa dai brividi e dai conati di vomito nel guardarli. D’un tratto li vedo spostarsi come automi per lasciare spazio ad uno di loro che avanza. E’ subito seguito da un essere che indossa una lurida tunica nera, il cappuccio che indossa e il capo chino nascondono il suo volto, tuttavia non ho alcuna curiosità di vederlo. Sulla sua schiena noto una falce scintillante sporca di sangue fresco.
Non servono troppi ragionamenti, è sufficiente lasciar campo all’intuito per capire chi quell’individuo sia. La bastarda Morte.
L’essere leggermente putrefatto che viene verso di me indossa un abito elegante. Uno smoking che pende in vari punti, completamente imbrattato di sangue secco. Indietreggio terrorizzata fino a toccare con la schiena la gelida parete della grotta.
Quando mi arriva davanti ansimo, consapevole di non avere alcuna via di fuga. Il morto avvicina le sue dita prive di carne al mio volto senza toccarlo e rischio di svenire quando pronuncia il mio nome.
«Bella». Oh mio Dio è la voce di Edward. L’essere incappucciato lo ammonisce con una voce gutturale che arriva direttamente dall’oltretomba.
«Due minuti».
Tutti i corpi si radunano dietro alla figura con la falce, richiamandomi alla mente l’immagine di un mucchio di blatte che scappano alla comparsa della luce.
«Bella» parla l’essere di fronte a me, mentre avvicina le dita alle mie labbra, nuovamente senza sfiorarle. Le sue sembianze cambiano riportandolo velocemente ad essere di nuovo il mio Edward. Mio marito. Mi viene da piangere e tento di abbracciarlo, ma lui mi ferma deciso con una mano a mezz’aria, «Ferma Bella! Non farlo! » Mi blocco scioccata. Poi continua «ai morti di morte violenta o improvvisa viene lasciato un ultimo desiderio. Io ho chiesto di poterti dare un solo, ultimo bacio. Ma tu non puoi toccarmi. Non devi farlo, amore mio. O diventerai sua serva, come tutti loro» conclude indicando con il capo le entità ancora nascoste dietro la Morte.
Annuisco. Il groppo in gola mi blocca le vie respiratorie, ma non ho alternative. Ho per un’ultima volta Edward davanti a me, potrò almeno salutarlo. Potrò lasciarlo andare, forse, dopo.
Il mio volto è rigato di lacrime quando si avvicina alle mie labbra. Le sue sono gelide e dure. Poggia le mani ai lati delle mie spalle. Non è il bacio che di solito mi dava, ma andrà bene. Andrà benissimo.
Sento un forte morso al labbro e mi viene spontaneo ricambiarlo. «Addio mia adorata»
Il freddo pungente mi fa aprire gli occhi. Sono ancora in cimitero, distesa sulla tomba di Edward. Mi guardo intorno, ma trovo solo il silenzio e le cupe ombre delle lapidi a farmi compagnia. Ho sognato tutto.
Mi alzo con fatica e sento un dolore alle caviglie. Deve essere stata la scomoda posizione in cui ho dormito.
Porto una mano sulla gamba e alzo i pantaloni per massaggiarmi.
Quando abbasso il calzino trovo dei segni rosso sangue impressi nella mia carne come fossero dei tatuaggi.
Controllo l’altra gamba. Anche lì impronte lunghe e secche circondano la mia caviglia, salendo minacciose fino al polpaccio.
La mia mano si sposta  d’istinto verso la bocca che sento gonfia.
I miei occhi scoprono le mie dita sporche. Di sangue fresco.

«Edward! » il mio grido riecheggia straziante contro le tombe e il cielo di questa notte maledetta.

Il principe dei vampiri




Il vecchio Conte si affacciò dai bastioni del suo cadente castello per poter meglio contemplare i lampi che si rincorrevano nel buio della notte, fra lo strepito infernale dei tuoni e il lugubre ululato che saliva dal bosco circostante.
Era stanco, si ritrovò a pensare prima che la pioggia battente lo costringesse a tornare dentro.
Da quanti secoli vagava per le contrade inospitali della Transilvania, spaventando la gente e succhiando il collo delle donne giovani, belle e deficienti al punto da non chiudere mai le finestre, tenere i crocifissi nel portagioie e gettare le teste d’aglio dallo scarico del cesso, nonostante i reiterati consigli delle vecchie comari e del professor Van Helsing, un accidente se lo pigliasse, che se avesse partecipato a un quiz televisivo in qualità di esperto sui vampiri, ne sarebbe uscito fuori miliardario e che invece preferiva rompere gli zebedei a lui e ai suoi simili con tutto l’armamentario di acquasantiere, paletti di frassino e quant’altro?
Un sospiro pesante gli uscì dalla gola. Aveva maturato ormai l’età della pensione e, malgrado i vari governi succedutisi nel paese avessero di volta in volta innalzato il limite minimo per il collocamento a riposo, ormai c’era arrivato.
Ma…
Anche nelle storie di vampiri c’è sempre un ma che rovina tutto quanto.
Il vecchio Conte avrebbe dovuto cercarsi un degno erede, al quale trasmettere il vasto bagaglio delle sue conoscenze e, soprattutto, il ruolo di non trascurabile importanza che si era ritagliato in ambito sociale. Se non ci fosse riuscito, che scusa avrebbero trovato le verginelle tanto vogliose quanto imbecilli, per tenere aperte le finestre anche nelle notti di tempesta? E le mamme, come avrebbero potuto spaventare i figli discoli? Ma soprattutto, chi avrebbe fornito ai registi dei filmetti di serie B l’ispirazione per le loro storie truculente?
In poche parole era l’impossibilità di trovare un successore degno di questo nome che angustiava le giornate del vecchio vampiro. Certo, lui aveva fatto il possibile: le agenzie di lavoro interinale per creature delle tenebre erano state subissate di richieste e una valanga di annunci era comparsa sulle pagine del Nosferatu. Aspiranti al posto di vampiro se n’erano presentati tantissimi. E sì! La disoccupazione era un problema che colpiva anche i succhiasangue, ma nessuno, nessuno, era in possesso dei requisiti richiesti. E se, entro quella notte, il sostituto non fosse stato trovato e ingaggiato, il povero Conte avrebbe dovuto rimandare a data da destinarsi il giorno tanto atteso della pensione.
Ma quella sera, il vecchio Conte era ottimista.
Quello era tempo di magia, pensò tra sé. Era la notte in cui gli spiriti uscivano dai loro recessi e vagavano liberi sulla terra spaventando, come meglio credevano, gli sventurati che fossero venuti a trovarsi sulla loro strada.
Halloween.
Quella notte, qualcuno sarebbe venuto. Ne aveva la certezza quasi matematica.
L’orologio a pendolo aveva appena battuto i cupi rintocchi della mezzanotte, quando bussarono alla porta.
Colui che il Conte si trovò dinnanzi, avvolto nel suo lungo tabarro nero, era probabilmente l’ultimo aspirante sostituto che avrebbe potuto prendere in esame per molto tempo. E mentre la luce dei lampi lo illuminava sinistramente, il vecchio vampiro lo squadrò dalla testa ai piedi… per scoprire che era una meraviglia!
Era un po’ più basso di lui. Niente male se si considerava il fatto che il Conte superava abbondantemente i due metri. Il volto era di una bellezza indescrivibile. Le donne sarebbero diventate ancora più imbecilli e si sarebbero donate al suo morso senza nessuna remora, anzi… All’occorrenza si sarebbe potuto trasformare nel più bell’esemplare di pipistrello mai visto prima, per poter penetrare nottetempo attraverso le finestre socchiuse, nelle virginali stanze dove donne giovani, belle e deficienti lo aspettavano sveglie, spasimando nell’attesa dell’infernale amplesso e del morso fatale.
L’aspirante alla carica di Principe dei Vampiri aveva una stretta di mano stritolatoria e occhi dorati dall’espressione sorniona che scintillavano nel buio come quelli di un gatto, ma il viso dai lineamenti strepitosi era velato da un’espressione cupa e triste. Un mix ideale per affascinare il mondo delle vergini vogliose.
- Qual è il vostro nome? – chiese, invitandolo ad entrare nel castello.
- Edward Cullen, e vorrei… –
- Sì, il posto è vostro! –
- Il posto? Ma… -
- Siete voi il futuro Principe dei Vampiri –
- Ma io… -
- Nessun ma… siete perfetto. Avete tutte le credenziali che servono per sostituirmi… finalmente!! – disse il vecchio Conte, mentre l’occhio gli cadeva involontariamente sul ben provvisto davanti dei calzoni del suo interlocutore.
- Come avete detto di chiamarvi? –
- Cullen… Edward Cullen - rispose il giovane, mentre veniva sospinto nei meandri bui e silenziosi del castello.
Cullen… Cullen… sì, ne aveva sentito parlare di questi Cullen. Una famiglia di vampiri alquanto particolare. Gli era giunta voce che non bevessero sangue umano ma solo animale. Una stronzata! Avrebbe risolto il problema facilmente, ne era certo. Non si era mai visto un vampiro vegetariano. Ma quando mai!! E poi un esemplare così bello doveva fare il vampiro. Ma il vampiro vero, non una presa in giro della razza.
- Da dove venite, Cullen? –
- Da Forks… -
- Mmmh… e come state messi in materia di demoni, mostri e non morti laggiù? Avete una qualsiasi tradizione e background culturale degni di… -
Un tuono apocalittico scosse fin dalle fondamenta il cadente castello, mentre la luce abbagliante dei lampi illuminava la figura elegante del giovane vampiro.
- Adesso basta! – esclamò Edward, fermandosi deciso a non proseguire oltre.
Il vecchio Conte si fermò a guardarlo dritto negli occhi.
Ha carattere il giovane, si disse.
- Non potete scappare al vostro destino – sibilò tra i denti. – Se siete capitato qui è perché siete il prescelto… -
Senza la minima paura, l’aspirante vampiro afferrò il Conte per il bavero del frac e, tenendolo sollevato a un metro da terra, disse:
- Io non voglio essere il vampiro che vuoi tu. Io sono un Cullen e… -
Gli occhi iniettati di sangue del vecchio Conte riuscirono a condizionare la mente del giovane che, lentamente, lo lasciò andare.
Con un profondo sospiro, dopo che i suoi piedi toccarono nuovamente terra, il Conte Dracula cacciò fuori dai polmoni tutta l’aria in essi contenuta. Quindi, senza perdere il suo imperturbabile aplomb, accennò lentamente di sì con la testa: dopo tanto penare, aveva finalmente trovato il vampiro giusto.
- È giunta finalmente l’ora di andare in pensione… gentile amico – fece il Conte, mentre i rintocchi cupi del pendolo segnavano le due del mattino.
Edward annuì lentamente mentre il suo ululato, in qualità di nuovo Principe dei Vampiri, si confondeva con quello dei lupi, echeggiando lugubre per la vallata scossa dai tuoni e flagellata dalla pioggia arrivando alle orecchie dei laboriosi contadini che abitavano nei dintorni del vecchio castello. Pur essendo assopiti nel tepore dei loro giacigli, a quel grido demoniaco e non umano, rabbrividirono fin dentro le ossa.
Quella notte di Halloween fu solo l’inizio…


Halloween bastardo!





- Alice ma che razza di veggente sei? Com'è possibile che tu non abbia previsto questo?
- Bella lo sai che se ci sono di mezzo i licantropi le mie visioni non si manifestano.
- Ma Jacob  si è trasformato da un solo giorno!
- Questo non ha importanza.
- Comunque folletto malefico la colpa è solo tua che hai organizzato quella stupida festa di Halloween e per giunta non mi hai invitato.
- Bella mi spieghi come potevo invitare una fragile umana ad un party dove gli ospiti erano licantropi e vampiri, non solo vegetariani  per giunta?
- Ok hai ragione, sarebbe stato pericoloso... però non è giusto uffa!
- Bella tesoro lo so che stai soffrendo, ma chi poteva immaginare che Jacob avrebbe avuto l'imprinting con Edward e che mio fratello abbia preferito mettersi con lui, piuttosto che continuare a stare con te rischiando di ucciderti ogni volta?

Prendila con filosofia: quest'anno niente dolcetto, ma un bello scherzetto.

L'occasione


 

«E' la nostra occasione. Tutto il resto non conta. E' la nostra occasione. Ce la posso fare. E' la nostra occasione.» Edward si guardava allo specchio del camerino improvvisato, lisciandosi schifato la tutina aderente e argentata che lo rivestiva come una seconda pelle.
«Ma secondo te io conciato così, ndo' vado?», diceva all'amico, vestito anche lui della stessa lycra da due soldi, ma dorata. Faceva persino rumore di carta, mentre si muovevano.
«Esattamente dove vado io. Ovvero dove osano le aquile.»
Uno schiaffo forte gli arrivò sulla nuca mentre stava ancora parlando. «Te sei proprio scemo, altro che aquile.»
«Alle donne piacciono le aquile, amico, vedila così.»
«Vestite, cioè…mo' vestite è un parolone, d'oro e d'argento?»
«Aquile preziose, no? »
Un altro scappellotto fu la risposta. «Manco ci arriveremo alle donne! Ci stuprerà prima una mandria di biker scatenati senza manco toglierci ste tutine ridicole! Cazzo, ma perché ti do retta, io? »
«Perché sono il tuo migliore amico, ergo la parte migliore di te, bro. E piantala con ste mani! Mi sta venendo mal di testa! »
«Quello è la birra.»
«Ma se ne ho bevute solo sei?»
Edward alzò gli occhi al cielo. «Esci per piacere, prima che ti disfo a schiaffi.»
«Si va in scena!» recitava invece l'altro, disinvolto e rilassato, lanciandogli la maschera argentata col simbolo della luna stampato sulla fronte. 
I due camminavano affiancati nel corridoio del locale dove partecipavano alla serata Talents for Halloween, puntando al rumore che proveniva dalla sala, gremita di pubblico pagante.
«Gesù Cristo, senza qualcosa a coprirmi la faccia non potrei mai farcela. Mi sento un imbecille…»
«Tu sei un imbecille, buddy, anche senza tutina argentata e maschera. Piuttosto ricordati che abbiamo un motivo molto serio per fare ciò, quindi dacci dentro più che puoi.»
«Me lo sto recitando ogni secondo da stamattina. Invece tu tieni a mente che se non raccimoliamo il necessario ti levo dal mondo, alla fine di questa avventura del cazzo. Se restiamo vivi e col culo intonso.»
«Placati e abbi fede. So quel che faccio. Il culo ce lo salviamo.»
Edward era molto scettico e molto preoccupato.
James ammiccò verso l'amico sculettando apposta nella tutina dorata e calandosi sul viso la maschera coi raggi, un attimo prima che entrambi venissero spinti su per la scaletta, al termine della quale li attendeva il palco.
«E che sarà mai? Due sgambettate e tre moine per…speriamo un numero infinito di serate, se va bene, in cambio di vile ma potente denaro con cui alla fine comprare la mia bambina luccicante.» Passava ogni giorno a guardarsela, la sua Gibson Les Paul, lucida e lustra in quella vetrina. Giusto per essere sicuro che ci fosse ancora, perché di entrare a comprarla manco a parlarne…
«Ehilà, Mr Luna, lo show ci chiama! In culo alla balena!», lo spintonò James.
Edward aveva voglia di ammazzarlo ma sorrise, già sudato come una seppia sotto lo strato di nylon pesante. Sentir parlare di culo gli destava nuova preoccupazione. Poi finalmente il buio gli inghiottì paure e pensieri, l'applauso del pubblico lo rilassò e la musica partì.
I due mimi fecero il loro spettacolo ironico e fantasioso: il Sole corteggiava una Luna capricciosa e testarda che non voleva saperne di cedergli il posto e lo scettro di astro dominante nel cielo. Allenati da mesi di spettacoli sui marciapiedi, pioggia, vento o afa che fosse, i corpi dei due ragazzi si muovevano in sincrono sulla musica di Nat Cole. Dopo lo shock iniziale in cui il pubblico si aspettava uno spettacolo di spogliarelliste e non certo due artisti di strada, maschi per giunta, lo show fu un successo, valutato in applausi, fischi e grida. Erano bravi, convincevano. Valevano molto di più di qualche moneta gettata da passanti distratti.
«Visto? Il tuo stupido culo è salvo. Ringrazia la mia mente geniale, bro. Due tutine e il nostro vecchio spettacolino è diventato arte vera.»
Edward non ci poteva credere: li scritturarono per un mese intero. Li avrebbero pagati. Avrebbe potuto risparmiare e comprare la sua splendida rossa. «Ti bacerei dalla gioia.»
«Non sei il mio tipo, troppi peli. Offrimi una birra piuttosto.»
«Un'altra? Sei una spugna di merda.»
Ricominciarono a prendersi a schiaffi, nel solito modo bonario, fino a casa, sotto il ponte che univa le due sponde del fiume Spoon. Quel fiume li aveva visti crescere, azzuffarsi, volersi bene, litigare, muovere i primi incerti passi da artisti nel mondo. Ora li avrebbe visti diventare uomini e afferrare i loro sogni.



I misteri di Halloween





Eccomi qui dopo un anno ad aspettare chi non verrà, eppure sono qui.
Ricordo tutto di quella notte, come se fosse ora...

Per fortuna alla fine ho accettato di partecipare alla festa di halloween organizzata qui al cimitero. Se non venivo, non avrei conosciuto Edward. Non ha fatto altro che corteggiarmi per tutta la sera e ora stiamo vagando mano nella mano per il cimitero.
“Guarda che bella cappella Edward? É aperta ed è illuminata, ti va di entrare?”
“Perché no...” non faccio in tempo a dare un'occhiata in giro che mi ritrovo avvolta tra le braccia del mio accompagnatore e con le labbra sulle mie, non posso non corrispondere.
“Scusa l'irruenza ma... mi piaci Bella, mi piaci sul serio.”
“Non scusarti, desideravo un tuo bacio... e mi piaci anche tu, tanto.”
Prendendomi in braccio mi fa sedere sull'ara della cappella posizionandosi tra le mie gambe, continuando a baciare ogni lembo di pelle libera dagli indumenti o liberandola. In balia di lui e delle sensazioni che mi dona, lo imito liberandolo dai vestiti.
“Vorrei regalarti dei fiori... portarti a cena fuori... vorrei poterti corteggiare, vezzeggiare ogni giorno... ma non posso... ho voglia di te... ho voglia di entrare dentro di te... di sentirti intorno a me... ho voglia di amarti... per tutta la notte...mi permetti di...”
“Che io sia dannata... ma hai il mio permesso... oh si che lo hai... Edward... voglio sentirti dentro di me... ti voglio dentro di me...”
E il nostro desiderio diventa realtà, ci amiamo per il tempo che resta di questa notte...
Quando riapro gli occhi alle prime luci dell'alba, Edward non è al mio fianco ma non mi pento della notte trascorsa.
Mentre mi ricompongo, i miei occhi cadono sulla foto della lapide accanto a me:

Edward Anthony Masen Cullen
Chi io fui, tu sei. Chi io sono, tu sarai
20 giugno 1901- 13 settembre 1918

Ora come all'ora sono qui, davanti alla sua lapide, domandandomi come sia possibile... eppure...

“Bella... sei qui...”
“Sono qui... Edward.”.

Fine

Nota autrice: il giorno e il mese di morte di Edward sono inventati.

La capra dagli occhi verdi




Bella si rivolse come ogni mattina indietro a guardare sul lato opposto del marciapiede. Là era la solita persona con una maschera da capra e un bellissimo mantello turchese. Stava immobile, le gambe raccolte sotto di sé, fingendo di stare in equilibrio su un bastone, semicoperto dal mantello.
«Mamma mi dai un dollaro?»
«Cosa devi farne?» Poi, seguendo lo sguardo della figlia, lo vide. «Oh no! Ancora quel mendicante idiota che fissi ogni giorno? Vieni via, o faremo tardi a scuola.»
«Non è un mendicante, mamma…» Ma la madre non l'ascoltava più e la tirava verso la scuola.
"No elemosina. Io vendo la mia arte.
Tu guardi lo spettacolo. Paghi solo se ti piace.
Grazie."
Recitava il cartello che la capra aveva poggiato sul marciapiede, davanti a sé.
Non era un mendicante, era un artista. Era sempre lì, pioggia, vento o freddo polare. Cantava con la sua voce melodiosa e ammiccava ai passanti. A volte scattava improvvisamente in avanti quando passava un bambino, per spaventarlo un po'. Bella sentiva la risata bassa che proveniva da sotto la maschera ed era una voce buona, di chi gioca e si diverte con i bambini, come i bambini.
Si convinse che la capra fosse un "bambino grande".
Bella avrebbe voluto chiedergli se avesse fame, se avesse freddo. Se volesse un caffè. I grandi bevevano sempre il caffè.
Il pomeriggio di Halloween la tata la accompagnò ai giardini, col suo vestitino vaporoso da principessa Frozen, le trecce lunghe e un po' di trucco sugli occhi. Bella si sentiva bellissima ed ebbe finalmente il coraggio di parlare al "bambino grande", che era di nuovo lì.
«Vuoi un caffè?» chiese con voce timida.
La capra scosse la testa, con gli occhi che sorridevano dalle fessure. Aveva magnifici occhi verdi.
«Hai fame? Vuoi un panino?»
La capra scosse di nuovo la testa e allungò una mano dalle dita affusolate  ad accarezzarle lentamente il viso. Bella sentì bruciare la pelle dove lui era passato. Aveva unghie corte e pulite.
«Bella, vieni via di lì!» le gridò la tata dalla panchina e corse verso di lei.
«Dammi un dollaro, Rose.»
Mentre la tata cercava nelle proprie tasche, la capra scosse di nuovo la testa. Allora la bambina allungò a sua volta la manina verso la maschera, restituendo la carezza. «Non è elemosina. Io guardo ogni giorno la tua arte. E mi piace. Oggi ti pago.»
I magnifici occhi verdi sorrisero e la mano accettò quanto offriva la manina di Frozen-Bella.
«Come ti chiami, bella bambina?» chiese la voce.
«Bella. Bella Swan.»
«Bella Swan, da oggi hai un servitore fedele. Un giorno restituirò la tua cortesia.»
Rose rise divertita e portò via la bambina che salutava festosa la sua nuova amica capra-servitore fedele-voce e occhi bellissimi.
«Rose, cos'è un servitore fedele?»
«Un uomo che per te farebbe qualunque cosa.»
«Come un innamorato?»
Rose le tirò le trecce e le stampò un bacio sulla fronte. «Sei una romantica e speciale bambina!»
«Crescerò, -pensava Bella,- e allora verrò a cercarti, mio fedele servitore…»
***
Anni dopo, la bambina si era trasformata in una bellissima giovane donna con un lavoro che non le piaceva e una  nuova vita in una nuova città.
«Non ne posso più di correre tutto il giorno ed essere talmente stanca la sera da non riuscire nemmeno a trascinarmi in un pub per un drink…,» si lamentava con la sua amica Lauren.
«Oggi è Halloween, non lavori. Vieni  con me.»
«Dove?»
«In un centro benessere. Fanno dei massaggi che ti rimettono al mondo…»
Mezz'ora più tardi si era già pentita: seduta nella hall, aspettava il suo turno ascoltando annoiata le chiacchiere di un paio di quarantenni che si raccontavano  gossip condominiale. Avrebbe voluto uccidersi con la chiave dell'auto.
«Signorina Swan?»
Schizzò grata nella stanza, seguendo l'inserviente a velocità supersonica.
La fecero spogliare, allungarsi su un lettino morbidissimo, le spalmarono fieno caldo sulla schiena e sulle gambe. Poi le dissero di rilassarsi e Bella lo fece. Si addormentò.
Sognò un uomo sconosciuto dai sorprendenti occhi verdi che le accarezzava la pelle con mani gentili ma calde ed esigenti. Che le profanava la carne e i pensieri. Che le parlava con un tono basso e ipnotico. Con cui non aveva inibizioni legate all'educazione ricevuta, né sciocche resistenze convenzionali.
Sognò che lo voleva. Che quelli mani non le sembrassero invasive, ma solo tenere. Che quella voce non fosse da molestatore ma da innamorato.
Sognò un orgasmo travolgente prodotto solo da quelle mani e da quella voce.
Poi si svegliò. E rimase di pietra. Non aveva sognato un orgasmo. L'aveva proprio avuto.
Si girò per scusarsi con la massaggiatrice, in preda a un imbarazzo assurdo…E  rimase di pietra ancora una volta.
In piedi sopra di lei, con un sorriso da mozzare il fiato e due occhi più verdi della foresta amazzonica, c'era un uomo bellissimo.
«Io…io…Non so cosa dire…Sono desolata…»
Quello era senza parole e nemmeno sorrideva più.
«Tu? Sei davvero tu?»
«Scusa ma… Temo di non sapere chi tu sia…»
La voce però… Quegli occhi… Cristo! Chi poteva essere?
«Tu sei di San Diego?»
«Sì. Come fai a …?» L'accento, certo. Che stupida.
«E avevi un bellissimo vestitino da Frozen, anni fa?»
«Sì, ma…»
«Andavi al parco con la tua tata e passavi sempre davanti a un cretino travestito da capra che faceva divertire i bambini.»
Oh. Mio. Dio. «Sei tu? Il bambino grande?»
Lui rideva ora. «Bambino grande? Mi chiamavi così?»
«Sì. Avevo una cotta incredibile per te…»
Divennero seri. Lui allungò la mano per una carezza. «Hai ancora la pelle di pesca di allora…»
Era ipnotizzante, nei gesti e nella voce. Ed era l'uomo più bello che lei avesse mai visto.
«Hai mantenuto la promessa…Mi hai restituito una cortesia.»
Lui rise di nuovo. «Credo che stavolta la cortesia sia stata reciproca, mia carissima Bella…»
«Ricordi ancora il mio nome?»
«Già.»
«Mentre io non so il tuo…»
«Edward Cullen. Per servirla, signorina.»
Si erano ritrovati. Lo spiritello dispettoso di Halloween li aveva fatti incontrare di nuovo, ad anni e chilometri di distanza da quel primo incontro, in quello stesso giorno.




Lo spirito di Ognissanti





Nel villaggio di Brétogne, appena coperto dalla prima neve, stava calando la sera. Un’aura ghiacciata avvolgeva le piccole case di legno con i tetti di paglia. Il buio inghiottiva velocemente le poche strette viuzze, dove non si vedeva anima viva. Sottili lame di luce filtravano dalle fessure delle imposte chiuse, dalle porte serrate. La tensione era palpabile, in quel vuoto, nel silenzio. Sembrava che persino le case si stringessero l’una all’altra, tremanti. Come ogni anno, la sera di Ognissanti il villaggio attendeva, nel terrore, il passaggio del malvagio spirito dagli occhi verdi che avrebbe tentato con i suoi sussurri le giovani vergini in età da marito. Leggeva nelle loro menti e prometteva ciò che più riempiva di desiderio il loro cuore: l’amore, un vestito nuovo, la rivincita su un’altra fanciulla che le aveva offese, un cucciolo da coccolare. Ma se solo una di loro avesse ceduto alla lusinga, abbandonando la propria casa e uscendo in strada, lo spirito l’avrebbe ghermita e portata via con sé per sempre, nel freddo e nell’oscurità. Così i padri e i fratelli, per proteggere le fanciulle della famiglia, quella notte le legavano ai loro letti dopo cena e poi vegliavano fino all’alba davanti al focolare, col fucile in mano, inutile difesa verso quell’ignoto e potente nemico.
Isabelle aveva sedici anni e per la prima volta si stava sottoponendo, sdegnata, all’umiliazione di venire legata alla trave che passava dietro al suo cuscino, vicino alla finestra della piccola mansarda. Il padre non la guardava negli occhi mentre le diceva che era per il suo bene, che anche sua madre lo avrebbe voluto. La giovane lo vide scendere dalla scala cigolante e diede uno strattone di frustrazione alla corda. Stava ancora fissando arrabbiata il soffitto quando udì come un sospiro, fuori. All’improvviso fu come se tutto il paese ansimasse, percorso da un fiato nero come la notte che ormai lo aveva avvolto da ore. Alla ragazza, sdraiata nel suo lettuccio, parve di sentir alitare il suo nome: “Isabelle”. Tese l’orecchio, incerta di aver davvero udito. “Isabelle…”, percepì nuovamente.  “Vai via”, rispose tremante, a voce bassa. “Isabelle… davvero vuoi sposare quel bifolco?”. “Quale bifolco?”, non poté esimersi dal rispondere lei. “Quello”, sospirò lo spirito, “a cui tuo padre ti ha promessa stamani…”. “Michel?”, sobbalzò lei, incredula. “Ecco perché era qui stamattina… ed ecco perché mi guardava con quell’aria strafottente!”. Furibonda, Isabelle diede un altro strattone alla corda. “Non ci penso nemmeno a sposare quel… quel coso! E’ brutto, puzza e fa il prepotente solo perché è figlio del macellaio!” protestò lei. Ma lo spirito continuò a sussurrare: “Tuo padre è rimasto vedovo … non sa come crescere una fanciulla… vuole liberarsi di te!”. Stavolta lei tacque. Aveva senso. Una lacrima le scese lungo la guancia. “Ma tu puoi scegliere… vieni fuori… vieni via con me. Sarai libera! Potrai volare nel vento… vedere mondi lontani… attraversare il mare ... ”.
Isabelle sapeva, sapeva che non doveva muoversi. Che lo spirito malvagio la stava solo tentando. Che il suo dovere era restare lì, sposare il figlio del macellaio, tenere a posto la sua casa e dargli dei figli maschi. Lo sapeva. Le vecchine del villaggio, il prete, le amiche più grandi, sua madre finché era viva, tutti l’avevano messa in guardia fin da bambina contro le vuote tentazioni di Edward, lo Spirito di Ognissanti. Ma lei ora non riusciva a pensare ad altro se non al mare, alle città, a tutto quello che nella sua vita non avrebbe mai conosciuto, intanto che appassiva accanto a un uomo che non amava né rispettava, chiusa nelle quattro vie del suo piccolo villaggio. “Isabelle… il tagliacarte, Isabelle”, esalò lo spirito. Col cuore che batteva all’impazzata, senza concedersi di pensare oltre, Isabelle afferrò con la bocca il tagliacarte, che suo padre aveva incautamente lasciato sul comodino, e recise la corda. “Corri Isabelle, corri da me”, la incitò lo spirito, intanto che lei, avvolta in un pesante mantello, spalancava piano le imposte e si calava fuori, giù dalla trave esterna, come aveva fatto tante volte da piccola per scappare a giocare con le altre bambine quando era in punizione.
Isabelle si ritrovò in strada. Si guardò intorno, nel gelo e nel silenzio, pregando con tutta se stessa che lo spirito fosse davvero bello come dicevano, e non così cattivo; ma solo il vento sibilava nelle strade vuote, facendo cigolare gli infissi. E finalmente, lei capì. Non c’era nessuno spirito. In realtà quella notte, liberati dalla leggenda, erano i desideri delle fanciulle che si manifestavano forti, gridavano la loro voglia di realizzarsi, se solo esse si fossero liberate dai legami che le imprigionavano. Isabelle si voltò verso la porta chiusa della sua casa, tremando. Era stata disposta a donarsi a uno spirito oscuro pur di avere un futuro lontano da lì, una vita diversa, forse un amore vero. La sua anima ora era al sicuro, ma i suoi sogni? Quelli che fino a quel momento non aveva nemmeno saputo di avere? Fece un piccolo passo verso la strada che conduceva fuori dal villaggio, poi un altro.

Il vento cancellò le sue tracce nella neve.